Iai, il grido imploso di Alessandro Martinello
azioni in scena, ispirate dall'opera di Yukio Mishima
Il Tam Teatro Musica ha trovato il giusto erede da cui essere rappresentati alla terza generazione. Alessandro Martinello (1982) ha già una personalità matura, autonoma ed originale.
Lo dimostra nella genesi della sua prima creatura, Iai, di cui ha la responsabilità integrale di autore ed interprete. O meglio perfomer: della performance il carattere attualmente contingente – hic et nunc – è dettato dall'interazione con mezzi di presa diretta e rielaborazione video istantanea. L'elasticità performativa si misura sul telo di proiezione retrostante, su cui si duplica la presenza in scena; l'amplificazione video dilata il punto statico in cui il protagonista si costringe in uno spazio scenico più articolato, in cui le immagini si stagliano come veri e propri referenti interlocutori. E' questa la cifra più originale di Martinello: l'uso della tecnologia (2 laptop, un videoproiettore, più fondali) non è esibizionistica, né pretestuosa e si inserisce nitida in una scenografia minimalista, ammirevole per il depurato equilibrio cromatico e l'impeccabile sincronismo. Abbandonata l'esaltazione multimediale di puro boato, Alessandro si applica ad un «artigianato tecnologico» che non espone la sofistificazione hi-tech ma la integra in un discorso narrativo piano, di sobrio equilibrio. Questa consente di scandagliare nel soggetto varie forme di alterità: la webcam non si limita al mero rispecchiamento, attraverso il mapping genera sdoppiamento, dissociazione, distanza presente e memoria, in una continua ridefinizione del soggetto e delle sue modalità di adesione a sé e agli altri. Il lavoro di autoripresa si modula dunque tra obiettivi di introspezione e falsi movimenti interpersonali. Il contatto con la propria impalpabile identità, l'adesione scollata con la forma esteriore, la carne come mezzo di interazione con gli altri sono temi di indagine che si esprimono senza bisogno di parole. Il testo videoproiettato in apertura aiuta certo a sgombrare possibili pregiudizi sull'operazione ipertecnologica e a predisporsi alla densità di significati: il rinvio all'ansia societaria di avere un'immagine e ad essa corrispondervi è lì chiaramente impostato in termini conflittuali, irrisolti e non risolvibili. Di qui forse un mutismo sintomatico, attonito e al tempo stesso raccolto in se stesso. Nel seguito il dialogo infatti è puramente visivo, sostenuto da una scelta di suoni per nulla banale. E' un dialogo agito, tra gesti minimi, elementari come una carezza, e altri che rinviano all'Iaido, l'arte di estrazione della spada. Nella sua pratica, è evidente un percorso di autocontrollo – riflesso anche nella padronanza con cui Martinello si destreggia con sicurezza e senza sbavature nella complessità di attrezzature. Ma c'è qualcosa di più profondo che ha a che vedere con l'unione di sé e al tempo stesso la difesa e l'offesa.
Su margini di ambivalenza, Martinello si muove indagandone la complanarità ed il sottile confine: tra abbandono alla dolcezza e lacerazione, tra autoinflizione ed attacco, tra affermazione di sé e ripudio. Emblematica è una delle immagini conclusive in cui il samurai che egli interpreta si fa scudo alle immagini proiettare su di lui con un foglio di carta; fragile e violenta, vi disegna una sagoma corporea con linea infantile secca ed aggrovigliata. L'ultimo colpo di spada sfonda la quarta parete attraversandosi.
visto allo spazio Kitchen di Vicenza il 12.5.2012
scene a Nord Est

